Possiamo ancora abitare consapevolmente un mondo che ci sovrasta e ci consuma, oppure è nel gesto del fermarsi che si apre la possibilità di una nuova relazione con la natura e con noi stessi?
La mostra collettiva Res Naturae, dal latino “cose della natura”, trova la sua origine in questa domanda. Oggi la natura non può più essere pensata come uno sfondo stabile o come una realtà separata dall’essere umano: è piuttosto un intreccio dinamico di relazioni, dove biologico, tecnologico e culturale si influenzano reciprocamente e in modo continuo.
Rosi Braidotti, filosofa italo-australiana all’interno del suo testo The Posthuman (2013), ci invita a ripensare radicalmente l’idea stessa di “umano”, mettendo in discussione l’eredità dell’umanesimo occidentale, che ha a lungo definito l’essere umano come centro separato dal resto del vivente. Da qui il concetto di zoe: una forza vitale che attraversa ogni forma esistente (umana, animale, ambientale, naturale, tecnologica) in un flusso comune e non gerarchico che unisce ogni essere vivente. Donne e uomini sono soggetti nomadi facenti parte di una rete ampia di relazioni che includono altre forme di vita.
In mostra, il mondo animale non si definisce come semplice soggetto iconografico, ma come campo di indagine attraverso cui interrogare le forme del vivente e le sue trasformazioni. Tra adattamento, scomparsa e reinvenzione, le ricerche artistiche costruiscono tre diverse declinazioni di un medesimo ecosistema immaginario, in cui le specie si ibridano, si dissolvono o si ricompongono in nuove forme del vivente.
La ricerca di Stefano Zaratin (Mestre, 1962) apre a una visione estrema proiettata verso scenari distopici in cui la natura si trasforma per sopravvivere a un ambiente ostile: piante e forme viventi si adattano, mutano, si ridefiniscono, fino a generare nuove tassonomie immaginarie che mettono in discussione i confini tra le specie. Nel lavoro di Zaratin cemento, legno, plastica e carta, spesso recuperati, diventano portatori di storie e trasformazioni, attivando direttamente il processo creativo. Le opere mettono spesso in scena un cortocircuito tra naturale e artificiale: materiali inquinanti che richiamano ambienti puri, elementi di recupero che assumono la qualità di reperti, forme organiche che oscillano tra adattamento e sopraffazione. La natura appare così come spazio ambivalente, fragile ma ancora vitale. La formazione scientifica emerge con forza nell’attenzione al dettaglio, alla lentezza e all’osservazione ravvicinata della natura: ne deriva un approccio che unisce curiosità analitica e dimensione poetica.
Il linguaggio di Hadeel Azeez (Baghdad, 1981) si articola attraverso immagini che appaiono come ibridazioni di specie e forme, in cui il disegno diventa ipotesi di nuove possibilità di esistenza, anche in relazione alle trasformazioni ambientali contemporanee. Il segno, insieme gesto e ignoto, si colloca in una soglia tra Oriente e Occidente: migliaia di micro-tratti costruiscono superfici che evocano strutture organiche, come se l’immagine fosse osservata a livello cellulare. Al centro della ricerca emerge una riflessione sul rapporto tra forma e natura, in particolare attraverso il mondo ornitologico e la figura dell’uccello come simbolo di libertà, equilibrio e adattamento. Intreccia esseri diversi tra loro, come per creare una nuova specie, in un processo simile a quello della mente: ne deriva una sorta di “cubismo mentale”, in cui le forme si sovrappongono e si ricompongono continuamente generando nuove sfumature del reale.
Anche nei lavori di Alice Olimpia Attanasio (Milano, 1985) la scelta dei soggetti si concentra prevalentemente sugli uccelli, osservati attraverso una lente quasi contemplativa. Ricami e interventi cuciti si sovrappongono alle immagini, accentuando una dimensione di fragilità ed evanescenza, in cui i soggetti appaiono immersi in un ambiente che si dissolve progressivamente. Ne emerge una visione ibrida della vita, sospesa tra ciò che permane e ciò che rischia di scomparire sotto l’impatto dell’intervento umano. Le immagini, pur rimanendo fedeli alla realtà, non tendono alla mera riproduzione, ma a una sua reinterpretazione sensibile ed estetica. La pratica del ricamo diventa inoltre un gesto meditativo, che unisce dimensione pittorica, scultorea e installativa – proprie della ricerca multidisciplinare – trasformando il processo stesso in un atto di attenzione e cura. Così, la natura si rivela nella sua dimensione più fragile e al tempo stesso più essenziale. L’uso di palette desaturate e toni pastello contribuisce a costruire un’atmosfera rarefatta e sospesa: ne deriva un’immaginazione che richiama gli habitat naturali e atmosfere quasi oniriche, in cui anche i soggetti più ordinari assumono una dimensione simbolica e poetica.
A partire da queste riflessioni, lo sguardo si amplia e si sposta dall’animale all’ambiente che lo accoglie. La natura diventa qui occasione di contemplazione: lo sguardo rallenta, si sofferma su ciò che resta, su ciò che muta e su ciò che progressivamente scompare. In questa sospensione, emergono assenze e memorie che invitano a ripensare il nostro modo di abitare il mondo.
La ricerca di Noemi Cammareri (Pisa,1997), infatti, si orienta verso una natura intesa come presenza imprescindibile e interlocutrice attiva. La distanza dal suo paesaggio naturale d’origine rende progressivamente evidente, alla sensibilità dell’artista, un senso di assenza. L’ambiente lagunare d’adozione diventa, così, una possibile via alternativa di relazione: l’acqua dei canali, con riflessi e movimenti, si trasforma in spazio di osservazione e sperimentazione pittorica. Nell’immaginario di Cammareri la natura terrestre – legata alla memoria – e la dimensione acquatica – del presente – si ibridano e si contaminano. Da questa sovrapposizione emerge una riflessione profonda sul nostro rapporto con l’ambiente: ciò che è costantemente presente tende a essere dato per scontato, salvo rivelarsi essenziale quando viene a mancare. Elementi come l’acqua, talvolta evocata, diventano segni di una mancanza, alludendo a una condizione di progressiva perdita e rarefazione delle risorse naturali.
Con Christian Basetti (Erba, 1979) lo sguardo si sposta dalla natura agli spazi costruiti dall’uomo. La contemplazione, in questo caso, è legata ad architetture riconducibili all’epoca risorgimentale, osservate come testimonianze di un passato carico di memoria e identità. Le fotografie di Basetti esplorano luoghi abbandonati, dove la presenza umana sopravvive sotto forma di rovina, mentre la vegetazione riaffiora lentamente. La luce trasforma questi ambienti in scenari sospesi, in cui perdita e rinascita coesistono, suggerendo una continuità che supera la distinzione tra costruito e naturale. Ne deriva una pratica che unisce spirito d’avventura e ricerca estetica, con una forte attenzione alla luce e alla dimensione visiva del decadimento. L’approccio privilegia l’aspetto estetico e atmosferico rispetto a quello documentaristico, con l’obiettivo di restituire una bellezza dimenticata e risvegliare uno sguardo rinnovato sul patrimonio architettonico italiano.
Le tracce dell’intervento umano rappresentano un equilibrio fragile. Il discorso si sposta alla relazione tra uomo e ambiente, mettendo al centro il binomio di uso e abuso delle risorse naturali.
La pratica scultorea di Diego Asperges (Milano, 1958), infatti, combina strutture lignee ed elementi in resina, dando forma a opere in cui la dimensione materica si intreccia con una riflessione critica sui modelli di produzione contemporanei. Il suo lavoro affronta infatti la tematica del consumismo, inteso come sistema pervasivo che non riguarda soltanto il consumo di beni, ma anche la trasformazione e l’esaurimento delle risorse ambientali. In questa prospettiva, il processo produttivo diventa un meccanismo continuo di accumulo e scarto, in cui ciò che viene generato è destinato fin dall’origine a diventare rifiuto. Il dialogo tra legno e plastica si fa così emblematico: da un lato un materiale organico, dall’altro un materiale artificiale che incarna l’eccesso della produzione oltre che di difficile smaltimento, contribuendo all’accumulo di rifiuti e all’inquinamento ambientale.
Il lavoro di Sofia Fresia (Genova, 1992) prende forma a partire da esperienze dirette e da un legame profondo con il territorio, restituendo scenari sospesi tra attrazione e inquietudine. Il paesaggio naturale, in particolare quello montano, si intreccia con elementi autobiografici come il nuoto – esperienza di riscatto e riconquista di sé – dando origine a un linguaggio visivo in cui dimensione personale e collettiva convivono. Questi riferimenti, rielaborati in chiave simbolica e surrealista, diventano uno strumento per riflettere sulle contraddizioni del presente: da un lato il senso di inadeguatezza dell’individuo in un contesto accelerato e instabile, dall’altro la crescente consapevolezza della crisi ambientale. Fresia suggerisce, però, una forma di speranza: attraverso l’uso di colori accesi invita a credere in una luce anche in tempi di incertezza. Ma, nell’instabilità del presente, è davvero ancora possibile intravedere uno spiraglio?
Res Naturae ci interroga, quindi, su ciò che accade quando i confini tra umano e “non umano” diventano porosi. In questo spazio di sospensione, trovare un equilibrio possibile con la natura, non più intesa come qualcosa da dominare, ma come una realtà viva con cui entrare in simbiosi, diventa un atto di resistenza necessario. Attraverso linguaggi e sensibilità differenti la mostra non propone una visione unitaria della natura, ma ne restituisce la complessità, invitando a ripensare il nostro modo di abitarla. In questo spazio di soglia, dove i confini si fanno instabili, la possibilità di un nuovo equilibrio non passa più attraverso il controllo o la distanza, ma attraverso una relazione più attenta, consapevole e reciproca.
Testo critico di Sofia De Pascali
